Un dicembre impegnato: stay tuned

La consegna della tesi di dottorato è alle porte, quindi dicembre tra scrittura, combattimento mortali contro LaTex e lavori vari improrogabili, non lascia molto tempo neanche per qualche post estemporaneo. Allego qui il word cloud della mia tesi allo stato attuale.

Auto elettriche: facciamo due conti

Vista il crescente interesse sulle auto elettriche (qui un esplicativo Google Trend) direi di tornare sull’argomento (ne avevo già parlato qui). Esattamente vorrei tornare sull’argomento “zero emissioni”. A Luglio il sindaco di New York City Bloomberg ha svelato il piano per l’introduzione di stazioni di rifornimento elettriche e un giornalista scrive:

As the climate benefit from electric vehicles depends on how clean the electricity on the grid is to begin with, I asked the mayor how much of New York’s electricity comes from zero-carbon sources. Bloomberg deferred to his sustainability chief, who said New York gets about 40 percent of its electricity from nuclear power and hydropower plants.

Questa frase mi piacerebbe trovarla su un quotidiano o una rivista (Wired ad esempio che da mesi parla di auto elettriche). Il beneficio delle auto elettriche dipende da quanto sia pulita l’energia elettrica che le alimenta. Nasce quindi un nuovo bisogno: sapere in che modo viene prodotta l’energia che consumiamo. Quindi se in Italia ogni kWh di energia produce in media 400-600 g/CO2 (ho trovato diverse fonti), un’auto come la Panda elettrica (18-22 kWh per 100 km) produce tra 72 e 132 g/CO2 per km.

Insomma, rischia di produrre più inquinamento di una Golf 1.6 turbodiesel.

LINK AGGIUNTIVI

  1. L’articolo di IEEE Spectrum su New York
  2. Dati IEA sulle emissioni dovuti ai combustibili fossili
  3. Commenti molto ottimisti della Comunità Europea

Smart Grid: le questioni ancora aperte

Ho già parlato di Smart Grid varie volte, una discussione su LinkedIn nel gruppo “SmartGrids: Energy & Water” apre la questione degli hot topic sulle Smart Grid, ovvero gli argomenti ancora aperti che meritano studi e ricerche.

Vista l’esperienza e le conoscenze dei soliti partecipanti a queste discussioni (che su LinkedIn sono approfondite e attente), ne ho approfittato per scrivere una sorta di appunti sparsi sulle tematiche più originali.

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Appunti sparsi sulle università italiane

Vista l’attualità del tema, ne approfitto per buttar giù un po’ di appunti sparsi sullo stato delle nostre università. Premessa la difficoltà nel misurare la qualità della ricerca, didattica e offerta formativa, un po’ di statistiche e numeri possono contribuire a dipingere lo scenario italiano.

Ogni anno vengono redatte numerose statistiche a livello europeo e mondiale sulle migliori università, come tutte le classifiche è fondamentale comprendere il metro di giudizio. Una classifica famosa (anche secondo Google) è quella di QS, che a dir la verità non so esattamente cosa sia (ed il sito non mi ha aiutato a comprenderlo), che a questo indirizzo pubblica una top 500 delle università mondiali. La prima italiana è Bologna, al 176° posto, con l’università La Sapienza che segue al 190°. La classifica di THE (Times Higher Education) non è così magnanima con il nostro paese: nessuna università risulta nei primi 200 posti. La ARWU (Academic Ranking of World Universities), fornisce una classifica molto dettagliata: qui La Sapienza si trova tra il 100° e il 150°.

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Ed un giorno aprendo un quotidiano inglese…

L’altro giorno ho avuto occasione di leggermi con calma un quotidiano. Non è una cosa che sono solito fare ma non avevo altra possibilità (niente libri, niente passatempi alternativi). Ed ho scoperto un gusto nuovo, quello di leggere un quotidiano-come-dovrebbe-essere. Nella fattispecie sto parlando del The Independent, il più giovane dei quotidiani inglesi con una tiratura di circa 180.000 copie.

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Il Dottorato Europeo: di cosa si tratta

Sebbene non sia pratica molto comune,  all’interno dell’Unione Europea il Dottorato di Ricerca può essere ottenuto con l’etichetta  ”European Label“, una sorta di certificazione dell’internazionalità del dottorato nata nel 1996.

Il titolo completo diventa: “European Doctoral Degree” e possono prenderlo tutti gli studenti di dottorato dell’UE e dei paesi EFTA (tra cui la Svizzera). Le condizioni per avere quest’etichetta nel nostro paese sono le seguenti:

  1. Due revisori della tesi devono essere di università europee non italiane
  2. Un membro della commissione deve venire da un’università europea non italiana
  3. La difesa della tesi deve avvenire (anche parzialmente) in una lingua europea che non sia l’italiano
  4. Durante il dottorato bisogna aver trascorso almeno 3 mesi (anche in soggiorni multipli più lunghi di 15 giorni ognuno) in un paese europeo al di fuori dell’Italia

In poche parole quest’etichetta garantisce ciò che dovrebbe essere alla base di qualunque dottorato di ricerca: internazionalità e scambio con altre istituzioni europee. Per un approfondimento si può leggere l’articolo che riassume la storia della European Label pubblicato da Annamaria de Rosa nel 2004.

Il mondo e l’energia nucleare

L’altro giorno un articolo de Il Post riguardo il nuovo libro di Stewart Brand (la sua pagina Wikipedia merita una lettura) inseriva una citazione quanto meno attuale:

Quando si tratta di cambiamento climatico, le persone più informate sono le più spaventate, mentre nel caso del nucleare i più informati sono i meno spaventati

Credo che tale affermazione sia profondamente vera, tanto più l’argomento in questione diventa complesso sia a livello scientifico sia per le sue implicazioni sociali. E l’uso dell’energia nucleare penso sia il massimo esempio di tale complessità.

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Energia solare: da Archimede al deserto del Mojave

Il 26 Ottobre l’amministrazione Obama ha autorizzato la costruzione di una centrale solare a concentrazione da 6 miliardi di dollari in California, nel deserto del Mojave. Il solare a concentrazione, o termodinamico, è una tecnica interessante perché permette di accumulare il calore, grazie anche ad un fluido termovettore, e continuare a produrre energia tramite una turbina.

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Il macellaio, la grande distribuzione e l’identità di un paese

Questo post — sebbene dal titolo vagamente buffo — è una riflessione che ha origini da quest’estate, dalla lettura del libro Tescopoly di Andrew Simms. Il libro parla del fenomeno, alquanto preoccupante a mio avviso, che nel Regno Unito (e in altri tredici paesi) sta portando alla diffusione della catena di iper-supermercati Tesco a scapito della piccola distribuzione e dei negozi locali che si trovano costretti a chiudere (a di fronte spesso di pratiche anticoncorrenziali). Al momento per ogni sterlina spesa in alimentari nel Regno Unito 30 centesimi sono di Tesco, potete trovare informazioni e letture appassionanti sia nel libro che nel sito apposito tescopoly.org.

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Sms per una gestione intelligente dell’energia

L’irrigazione dei campi notoriamente è causa di grandi consumi di acqua ed energia. Nel nord-est del Nebraska si adotta una tecnologia molto comune e semplice: gli sms dei telefoni cellulari. Usando un servizio di sms come quello di TextPower si è fatto in modo di avvertire, durante i mesi estivi, gli utenti degli orari in cui l’energia sarebbe costata di più, invitandoli ad irrigare in altri orari. In questo modo gli utenti riducono le loro spese e la compagnia evita di comprare energia proprio nei momenti della giornata in cui è più costosa. Quest’estate il consumo durante il periodo di picco si è ridotto del 64%, un dato interessante se si pensa la semplicità con cui si è ottenuto il tutto.