Exposed – Tate Modern
Due righe che ho scritto per il forum di RumoreDigitale.
Il Tate Modern a Londra ospita una mostra fotografica dal nome Exposed, dal sottotitolo “Voyeurism, Surveillance and the Camera“.
Il tema è affrontato in maniera profonda e diretta, ponendo a chi vede le foto delle domande complete che raramente vengono poste a chi è soggetto/oggetto della fotografia.
La macchina fotografica appena inventata ha pian piano sgretolato quel muro solido posto tra la vita pubblica e privata, all’inizio con lo spirito pionieristico dei primi inventori, dei curiosi, fino ad arrivare all’indignazione e al disagio comune nella fine del ventesimo secolo e ad oggi, dove quando la separazione è diventata labile o assente in alcuni ambiti ed è divenuta oggetto di studio, di leggi e normative, oggetto di sicurezza addirittura.
Cerco di dare qui delle parole chiave da cercare su google, nei negozi di foto, in biblioteca, invitando magari chi avrà la fortuna di passare a Londra nei prossimi tempi a vedere per forza questa mostra, enorme e suggestiva, che ben vale le dieci sterline che costa.
Il primo tema è quello del fotografo non visto (unseen photographer), nelle foto di strada, nelle candid camera. Gli ingegnosi stratagemmi, quasi incredibili, dei fotografi dell’800, con le loro macchinette nascoste nelle maniche dei cappotti o occultate in un bastone da passeggio, super grandangolari. Foto curiose (candir camera) o di reportage, come diremmo oggi, per testimoniare una società complessa e spesso in difficoltà. Keywork: Horace Engle, Walker Evans, Ben Shahn (con il suo mirino finto che faceva le foto a 90 gradi), Garry Winongrad e la sua New York del 1969. Philip Lorca-diCorcia all’inizio del 2000 ha lavorato sulla serie Heads, di foto a sorpresa di passanti con enormi flash, arrivato a vincere anche la causa fatta da un soggetto contrariato, il giudice ha decretato che il suo diritto di espressione era prioritario rispetto al diritto di non essere fotografato di un individuo.
Il secondo tema è il voyuerismo e il desiderio. Il sesso, la provocazione, la pornografia, la parte borderline della società fatta di prostitute e travestiti. Sconvolgente il lavoro fatto da Kohei Yoshiyuki nella serie The Park, con infrarossi e foto notturne in un parco di tokyo, raduno di guardoni ed esibizionisti. Presentato in un corridoio poco illuminato, come voleva l’autore, sembra raccontare un altro mondo, alieno e cieco. Merry Alpern, con il suo Dirty Windows, fotografa da 5 metri per mesi la finestra del bagno di un club per soli uomini clandestino a New York, traendo foto di amplessi, cocaina, scambi di coppia. In queste serie non mancano Bresson, Newton e Mapplethorpe.
Un altro step e si arriva alla cultura della celebrità (Celebrity and the Public Gaze), parlando della produzione di massa delle fotografie, i mass media imperanti, i paparazzi e tutto ciò che è venuto dopo (da Anita Ekberg a Paris Hilton, passando per Lady Diana). Qui che dire? Tazio Secchiaroli, Leonard McCombe, Ron Galella (e la Yoko Ono che è dovuta arrivare dal giudice per sbarazzarsene).
Witnessing Violence è la fotografia che documenta ma anche invade lo spazio del dolore, della violenza, del delitto. Dalle foto di guerra del fine ottocento (William Saunders ad esempio), alle foto dei linciaggi dell’America razzista degli anni ‘30, le cui stampe giravano come volantini e regali tra le persone. Le foto del Vietnam, che conosciamo oggi tutti (l’esecuzione di Eddie Adams ad esempio), dell’assassinio di Kennedy, dei drammi italiani (la sequenza di Marcello Geppetti sull’incendio dell’Hotel Ambassador mi ha turbato) fino ai genocidi, ai grandi drammi del nostro secolo (Ruanda, Nicaragua).
Sorveglianza (Surveillance) è il tema che proprio il Regno Unito meglio rappresenta, con le sue telecamere (CCTV) diffuse a medie incredibili, fino ad una ogni 4 abitanti. Qui la mostra si rivolta verso lo spettatore, meno nomi, più macchine e lenti puntate verso di lui. Foto aeree, esperimenti militari, paesaggi nascosti e devastati (Trevor Paglen), lo spionaggio del dopoguerra nell’Europa dell’est, l’Iraq e le sue foto notturne. Keywords: Peter Piller e le sue sleeping house, il nulla fotografato da Andreas Magdanz, le foto del G8 di Davos di Jules Spinatsch, Weegee (Arthur H. Fellig), Yale Joel con i suoi finti specchi nella New York del 1946, la geniale Sophie Calle, con la serie The Hotel, che arriva a fotografare le stanze di albergo in cui ha lavorato a Venezia (imperdibili i suoi lavori!), il calore e la distanza di Shizuka Yokomizo.
Troppi gli spunti, le riflessioni, che emergono da una mostra come questa. Qui ho cercato di buttare giù le mie riflessioni, sfogliando il libro della mostra per ricordarmi i nomi, per un gruppo come Rumore Digitale che ama la street photography e che ama la fotografia in generale. Penso che questi siano i temi che qualunque fotografo oggi debba affrontare oggi, se vuole catturare la società dentro i suoi scatti. E penso che un gruppo come RD possa farlo, se si volesse fare un vero lavoro fotografico si potrebbe continuare ad approfondire ciò che significa essere “esposti” nel 2010.
Un saluto a tutti, spero di non avervi annoiato. (Se volete altri riferimenti chiedete pure, ho il libro qui sottomano).
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