l’accesso libero alle pubblicazioni scientifiche
Michel Beaudouin-Lafon, professore di informatica a Parigi (nonché membro di questo interessante progetto), scrive un interessante articolo sull’ultimo numero di Communications of the ACM, la rivista mensile di ACM, la più grande associazione mondiale di informatica. Il tema è sempre più comune di questi tempi (ne scrissi pure qua), quello dell’accesso alle riviste scientifiche: a pagamento, libero (open) o formule miste?
Il grafico che si propone sull’articolo (quello che ho messo in testa al post) parla chiaro: si scrive sempre di più. Se nel 1960 in ambito di scienze naturali & ingegneria si fossero pubblicati poco meno di 1 milione di articoli nel 2003 erano 10 milioni, una crescita incredibile. Dato che l’editoria che gestisce questa letteratura è commerciale, stiamo parlando di un mercato molto ricco e pieno di profitti. La Elsevier è senza dubbio la casa più grande: pubblica 250 mila articoli l’anno in più di 2000 riviste diverse [fonte wikipedia] con profitti di centinaia di milioni di euro. La seguono la Springer, la Wiley (quotata in borsa) e la Thomson (che gestisce l’ISI, creatore dell’amato/odiato impact factor).
La questione è chiara: chi e quanto si deve pagare per la letteratura scientifica, considerando che molto lavoro nel mondo è effettuato con i soldi della ricerca pubblica? I singoli articoli in genere vengono pagati fra i 20 e i 30$ (parlo in ambito informatico) mentre un abbonamento di un anno ad una rivista può costare più di 2000 euro con prezzi molto variabili in base a pacchetti e convenzioni con istituzioni varie. La formula Open Access rende l’accesso libero e gratuito agli articoli ma costa per chi vuole pubblicare, da 1000 a 4000$ per singolo articolo. E’ strano pensare che si debba pagare per scrivere ma l’idea ha un senso visto che gli scrittori sono anch’essi consumatori e lettori. Però tale sistema solleva molto questioni: costi molto alti per le istituzioni, problemi per i laboratori più piccoli e questioni legate ai budget (es. nei grant saranno compresi anche i soldi per le pubblicazioni?).
Sebbene le case editrici generino molti margini da questo mercato bisogna ricordarsi che le pubblicazioni online hanno dei costi enormi per i gestori: database enormi che devono gestire un numero elevatissimo di traffico. Costi elevati senza dubbio, ma il modello Open Access forse non è il più adatto ed il più equilibrato anche se una combinazione di questo modello con quello più tradizionale (sottoscrizione per leggere) potrebbe risultare vincente: se l’autore paga per pubblicare l’articolo verrà reso disponibile a tutti gratuitamente, in caso contrario sarà accessibile solo agli abbonati e ai lettori paganti.
Io penso che l’editoria scientifica stia soffrendo la crisi (esistenziale direi) dell’intero mondo della conoscenza che pone al centro la questione “Chi Paga Cosa?“. Tale domanda se la chiedono gli editori tradizionali (vedi il sistema Google Books), i venditori di libri (mercato degli e-book), chi commercia musica (DRM) e molti altri ancora. Beaudouin-Lafon si chiede cosa accadrebbe se un articolo scientifico invece dei “soliti” 15-30$ di costo per un non abbonato costasse 99 centesimi: domanda provocante senza dubbio ma merita più di una riflessione. E ancora, se si utilizzasse una licenza Creative Commons?
Per concludere penso che ci saranno stravolgimenti nei prossimi anni, qualche ente/istituzione coraggiosa (di sicuro non commerciale) cambierà il proprio modelli di business e forzerà tutti gli altri ad adattarsi. Speriamo che alla fine a guadagnarci siano i ricercatori che già hanno abbastanza problemi con impact factor, h-index e tutto il resto.
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