I Libri della Caviglia
La Sinnos Editrice—una grandissima piccola casa editrice romana, mi dà il permesso per pubblicare queste parole di Della Passerelli, presidentessa e fondatrice, bloccate nelle ultime settimane a letto per via di un infortunio. Colgo l’occasione per augurare a Della di rimettersi in piedi presto! (il grassetto è dell’autrice)
“Ho appena finito di leggere un libro. Un bel libro. Me lo ha consigliato una brava libraia, una dei tanti che conosco. Leggendolo mi sono emozionata, l’ho divorato. A volte avrei desiderato prendere fiato, fissare nella mente una frase. Ma questo generalmente è il mio modo di leggere i romanzi che parlano al cuore: mi faccio travolgere. Poi magari torno ad aprirlo, per cercare le frasi che sono rimaste nella mia memoria emotiva, per cercare le parole esatte, che hanno espresso così bene quello che dovevano dire.
Credo di far parte di quel 6,9% (AIE 2009) di italiani che superano i 12 libri l’anno.
Ora poi sono a casa con una caviglia rotta e ho superato in un mese e mezzo il numero di libri letti dai lettori forti delle statistiche: 16 libri. Alcuni mi sono piaciuti molto, come quest’ultimo che ho appena chiuso, altri meno ma mi hanno interessato e hanno comunque aggiunto qualcosa alla mia esistenza. Un paio li ho richiusi dopo poche pagine, forse non è il momento o forse non mi piacciono e basta; non li ho conteggiati nella lista che ho chiamato: I libri della caviglia. L’ho scritta per non dimenticare (invecchio) quello che ho letto in questo straordinario periodo di pace, fuori dal frullatore della vita, che mi è capitato e che non è esattamente “vacanza”.
Mi piace leggere. Da sempre. A casa avevo libri e soprattutto vedevo i miei genitori leggere e trarne piacere e conoscenze. Avevo un libraio di quartiere che sapeva consigliarmi. Da adolescente ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti amanti dei libri, compagni di scuola con cui scambiarli e parlarne con passione. Andavamo in motorino, occupavamo la scuola, fumavamo, litigavamo con i genitori, guardavamo la tv, a volte non studiavamo ma leggevamo. Eravamo senz’altro dei privilegiati. E abbiamo avuto la grande fortuna di poter scegliere se diventare o meno lettori. Oggi abbiamo la fortuna di poterci rifugiare in un libro, di prenderci una pausa, di sapere dove possiamo trovare quello che ci serve. Il libro poi è un oggetto “comodo”, che si può utilizzare senza batterie, in tante posizioni diverse (ricordate l’inizio di Se una notte d’inverno…??) e lo si può portare quasi sempre dappertutto.
Ho accennato a librai che sanno consigliare. Purtroppo la libreria del mio quartiere si è specializzata in scolastica e non ha più libri da consigliare se non i best seller di turno. Che vendono, anche se non molti, perché il supermercato vicino ha gli stessi libri. Con lo sconto però.
Io faccio di mestiere l’editore per ragazzi. Le librerie per ragazzi sono pochissime in Italia, alcune stanno chiudendo. In generale comunque le librerie sono poche, e in quelle cosiddette di “catena” difficilmente troverete un libraio che sappia consigliarvi un libro per adulti, figuratevi per ragazzi.
Vorrei porre l’attenzione sul fatto che sempre meno i giovani possono permettersi il lusso di scegliere se diventare o meno lettori.
Ci sono sempre meno libri in giro (provate a capire quante sono le librerie e le biblioteche in Italia e credo vi stupirete. La Biblioteca Scolastica non è prevista dalla nostra normativa) Ci sono zone – molte – del nostro paese dove i libri non arrivano, se non quelli che accompagnano i quotidiani. Forse. Leggere è qualcosa di obsoleto e noioso, spesso un dovere, senza piacere.
È un problema? In fondo è un piccolo problema se pensiamo a tutto quello che sta accadendo in questo paese e nel mondo. Cosa volete che sia il fatto che in Italia si legga poco di fronte al disastro ambientale, alla fame nel mondo, alle guerre, alle corruzioni, ad una politica che vive quasi esclusivamente per sostenere se stessa e che non è capace di progettare, di guardare oltre la fine di una legislatura? E potrei continuare.
Mi viene in mente quello che scrisse Jella Lepman, fondatrice della Jugenbibliotethek di Monaco subito dopo la seconda guerra mondiale, a uno dei paesi cui aveva chiesto libri per i bambini tedeschi , affinché potessero ricominciare a immaginare, a crescere con menti libere e aperte. Alla richiesta della Lepman quella nazione affermò: “non diamo libri ai bambini di quel paese che ci ha invaso due volte” e lei rispose: “mandate libri ai bambini tedeschi se non volete che la Germania vi invada per la terza volta”.
Piccolo semplice pensiero: i libri come possibilità di crescere con idee diverse dalla sopraffazione, dalla violenza. Se ci pensate bene tutte le dittature hanno vietato e bruciato addirittura libri.
Qui noi ci lamentiamo per il degrado della cultura, per l’analfabetismo di ritorno. Ci lamentiamo e siamo tutti concordi. La televisione sta uccidendo il pensiero. Come editore ho fatto diversi incontri e ho assistito a molti dibattiti su questo tema. E il dirigente Rai di turno, pur condividendo le valutazioni contro la “tv spazzatura” diceva: non possiamo vivere di solo canone… dobbiamo per forza proporre quello che la gente vede di più e che quindi procura pubblicità.
E ancora: siamo certi che anche il web non sia stato contaminato dalla spazzatura? Sembra che i siti più cliccati in Italia siano quelli di Amici e del Grande fratello.
Scrivo queste sparse riflessioni perché sono convinta che si possa e si debba fare qualcosa. Dal basso, ma anche sollecitando chi ancora in Parlamento ha a cuore la crescita culturale del nostro paese e spero il coraggio di agire, a prescindere da interessi più o meno forti.
Dal basso: sostenere libri e lettura fin dall’infanzia e pretendere le biblioteche scolastiche. Tante le iniziative che seminano il piacere di leggere, poco considerate forse, ma alcune di queste hanno iniziato ad avere una buona risonanza: penso a Nati per leggere e, nel nostro piccolo, alle Biblioteche di Antonio. È sorprendente sapere come e con quanta passione ci siano persone che resistono alla emarginazione della lettura e che inventano e realizzano bellissimi progetti. Provate a cercarne alcuni sul Forum del Libro (www.forumdellibro.org ).
Iniziative legislative. Da qualche tempo è depositata in parlamento una piccola proposta di legge, si chiama Nuova Disciplina sul prezzo dei libri, meglio conosciuta come PdL Levi, prendendo il nome del primo firmatario. Questa “propostina” (per la lunghezza ma anche per il contenuto) è il frutto di una dura e lunga mediazione tra editori (i grandi, i grandi…) e librari (come sopra) ed è quello che rimane di una legge sul libro che da tempo avrebbe dovuto essere presentata e approvata dal nostro parlamento. Personalmente ho assistito, grazie all’organizzazione del Forum del libro che si è tenuto lo scorso novembre ad Ivrea, all’incontro con Geoffry Pellettier, Responsabile del Dipartimento di Economia del libro presso il Ministero della Cultura francese, che ci ha raccontato gli effetti della legge sul libro che—fra l’altro—ha imposto lo sconto del 5% sul prezzo del libro deciso dall’editore, senza eccezione alcuna. La legge francese del 10 agosto 1981 non si limita a questo e ha come obiettivo quello di favorire lo sviluppo del settore librario in termini di creazione e diffusione. Un obiettivo culturale quindi, ma anche economico. Il regime del prezzo fisso, insieme alla tutela del diritto d’autore, è uno dei pilastri fondamentali della politica a favore del libro in Francia. Tale politica ha ottenuto ottimi risultati sia in termini culturali che economici. Ha consolidato il riconoscimento della specificità del libro, sottolineando che non lo si poteva ridurre a un prodotto commerciale qualunque. Ha permesso la vitalità e il pluralismo nell’editoria, ha garantito il sostegno alle librerie, che si sono moltiplicate. Spesso dimentichiamo la filiera del libro oltre a produrre cultura, crea occupazione.
Anche la Germania ha una legge sul libro che si occupa del prezzo fisso: in quel paese lo sconto non è possibile, neanche quello del 5%. In generale le politiche di regolamentazione sul prezzo del libro in diversi paesi hanno portato pluralismo culturale e crescita del mercato del libro e della lettura nei paesi dove viene applicato.
Da noi si è provato a lavorare su una legge del libro, ma non ce l’abbiamo fatta. Sì è però riusciti a presentare la citata pdl Levi, composta da 2 articoli e che stabilisce che lo sconto del libro non può superare il 15%. Con la possibilità di arrivare al 20% in alcuni casi. E la possibilità per gli editori di “realizzare campagne promozionali per un periodo non superiore ad un mese, con sconti sul prezzo fissato che eccedono il limite stabilito.” Non superiori a un mese ma quante campagne l’anno? Di questo non c’è traccia nell’articolo della proposta: come dire, non esiste la regolamentazione del prezzo dei libri, perché ciascun editore può decidere come e quando vuole di fare una campagna e se alzare lo sconto come vuole (come oggi accade).
Non fare la scelta della Francia (non dico della Germania) significa andare verso la chiusura di librerie e di quelle case editrici che faticano perché a fronte di costi di produzione comunque alti lavorano su ridotte tirature che non permettono neanche bassi margini di guadagno.
È stato imbarazzante assistere alle repliche di due senatori della repubblica e dei rappresentanti delle categorie dei librai, degli editori e delle biblioteche pubbliche che, di fronte ad uno sbalordito Pellettier sostenevano (ognuno a suo modo) che più della proposta Levi non si poteva avere in Italia, che la situazione è anomala, che ci sono degli editori che sono abituati a vendere con lo sconto, che c’è il pubblico che senza sconto non compra libri, che ci sono le biblioteche che non possono permettersi di acquistare libri se non con lo sconto…
Nel nostro paese il libro è l’unico prodotto che è costantemente in saldo. Per noi editori per ragazzi è naturale ricevere quotidianamente diverse richieste di libri omaggio da parte degli insegnanti, richieste di libri in regalo da parte di biblioteche o scuole. Non so se il produttore di detersivi o quello di scarpe riceva così tante richieste di donazione. Il libro non ha nessun valore, evidentemente.
Sarebbe bello se accadesse come è successo in Francia e cioè che in barba agli interessi di singoli gruppi (grandi editori; grandi catene) la politica scegliesse di avere come obiettivo gli interessi della crescita culturale del paese.
Concludo: probabilmente se scompariranno librerie e se alcuni editori smetteranno di progettare e di proporre libri non sarà una tragedia. Sopravvivremo. Abbiamo la televisione che ci intratterrà. I nostri figli cercheranno di diventare tronisti o grandi fratelli, non troveranno parole per spiegare i sentimenti, non sapranno dov’è il Kossovo e che il Boston tea party non è un locale american fashion, esprimeranno la loro rabbia e la loro angoscia violentemente (c’era un bell’articolo su questo su Sette dell’11 febbraio 2010, di Cesare Fiumi), e avremo un po’ più di gente senza lavoro… Ma va tutto bene, come continuano a dirci, giusto?
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