Gli scienziati e la diffusione del loro codice software
Oggi su ossblog si discuteva una notizia del quotidiano britannico Guardian, riguardo la problematica sulla diffusione del codice software utilizzato dagli scienziati: deve essere reso disponibile o no? Il problema è importante ed è tornato alla ribalta in questo periodo di forti discussioni scientifiche sul clima (e per la prima volta l’argomento dei metodi scientifici trova spazion sulle pagine dei giornali): se un ricercatore ottiene dei risultati grazie, ad esempio, ad un modello software da lui sviluppato, è corretto che tale scienziato si rifiuti di divulgarlo?
Sappiamo tutti che il software contiene sempre degli errori, ovviamente i loro effetti possono variare in base all’utilizzo del software stesso: un errore in un database di una compagnia assicurazione ha un impatto diverso rispetto a quello su un modello climatico. Però la scienza poggia su delle solide fondamenta di condivisione e confronto (come il peer review) e perciò come si condivide un articolo scientifico e si discutono i suoi contenuti, così si potrebbe pensare di fare per il software che è stato utilizzato per generare le conoscenze presentare sull’articolo. La questione non è semplice perché è relativamente recente, di anno in anno i software sono sempre più potenti e perciò rendono possibili calcoli e simulazioni che anni fa erano impensabili.
L’articolo del Guardian fa riferimento all’ambito della ricerca sul clima ma sottolinea di come la questione sia affrontata in vari ambiti: ad esempio alcune riviste richiedono il software insieme all’articolo da pubblicare.
Io non sono d’accordo nell’obbligo di presentare il proprio codice insieme al lavoro, con l’eccezione degli ambiti dove le simulazioni sono l’unico fondamento delle affermazioni. Per due motivi:
- Il software spesso è poco chiaro e non commentato, perché non sempre è scritto da informatici e generalmente (leggasi sempre) chi lo scrive non ha il tempo per abbellirlo, commentarlo, sistemarlo.
- Un software può significare un margine di vantaggio rispetto agli altri centri di ricerca, la competizione è comunque una spinta importante in un universo scientifico sano.
Io penso che spesso un software sia solo la realizzazione di un’idea/metodo/algoritmo che poi viene presentato sull’articolo scientifico, quindi credo che basti questo per riscrivere il codice e valutare la correttezza dei risultati proposti. Negli ambiti dove non è così, potremmo pensare di obbligare i ricercatori a diffondere il proprio software, almeno ad una cerchia ristretta per un peer review se non all’intera comunità tramite license Open Source.
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